Quando si cammina tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo, a Torino, un edificio giallo e sottilissimo cattura subito lo sguardo. È la Casa Scaccabarozzi, conosciuta soprattutto come “Fetta di polenta”: un progetto di Alessandro Antonelli nato da un lotto quasi impossibile da costruire. Qui ricostruisco la sua storia, spiego le ragioni della forma particolare e chiarisco come osservarla oggi senza aspettarsi una normale visita d’interni.
La piccola casa che ha reso memorabile un angolo di Vanchiglia
- Nome popolare: “Fetta di polenta”, per il colore giallo ocra e la pianta molto sottile.
- Progettista: Alessandro Antonelli, l’architetto della Mole Antonelliana.
- Dimensioni sorprendenti: il lato più stretto misura circa 54 centimetri.
- Indirizzo: via Giulia di Barolo 9, all’angolo con corso San Maurizio.
- Visita: l’edificio si ammira soprattutto dall’esterno, perché è in gran parte privato.

Perché la Fetta di polenta è così famosa
Il soprannome dice già molto. La facciata giallo ocra e la forma allungata fanno pensare a una fetta sottile di polenta appoggiata in verticale, ma l’effetto dipende soprattutto dal punto da cui la si guarda. Da corso San Maurizio l’edificio appare quasi normale; spostandosi verso la punta del lotto, invece, si restringe in modo sorprendente.
La costruzione si trova nel quartiere Borgo Vanchiglia, in una zona vicina alla Mole Antonelliana, a piazza Vittorio Veneto e al Po. Il suo valore non dipende soltanto dalla stranezza estetica: mostra come un architetto ottocentesco abbia trasformato un terreno difficile in un edificio abitabile, senza rinunciare a proporzioni, solidità e decoro.
La storia di un progetto nato da un terreno impossibile
La costruzione iniziò nel 1840, quando l’area di Vanchiglia era ancora in trasformazione. Antonelli dovette lavorare su un lotto triangolare o trapezoidale molto irregolare, stretto tra le vie esistenti. Invece di correggere il problema con una soluzione ordinaria, seguì la geometria del terreno e la trasformò nell’elemento più riconoscibile del palazzo.
L’edificio fu completato in più fasi e venne sopraelevato fino ad assumere l’aspetto attuale, con un’altezza di circa 24 metri. Le schede storiche descrivono sette piani fuori terra e due livelli interrati, una configurazione che rende ancora più evidente il rapporto insolito tra altezza e larghezza.
Il nome ufficiale deriva da Francesca Scaccabarozzi, moglie di Antonelli e nobildonna originaria di Cremona. La coppia abitò per alcuni anni nella casa, anche per dimostrare che la struttura, criticata dai contemporanei, non era destinata a crollare. Questo dettaglio restituisce alla vicenda un lato umano: dietro la sfida tecnica c’era anche la necessità di convincere il quartiere della sicurezza dell’edificio.
La forma e i numeri che spiegano lo stupore
Il dato più citato è il lato estremamente sottile, che arriva a circa 54 centimetri nel punto più stretto. Non significa che l’intera casa sia larga meno di un metro: il corpo dell’edificio si apre progressivamente, con un lato lungo circa 16 metri e un altro fronte di poco superiore ai 4 metri.
| Elemento | Dato indicativo | Perché conta |
|---|---|---|
| Inizio dei lavori | 1840 | Segna la nascita del progetto nel quartiere di Vanchiglia. |
| Altezza | Circa 24 metri | Rende evidente il contrasto tra sviluppo verticale e lotto ristretto. |
| Lato più sottile | Circa 54 centimetri | È il dettaglio che ha alimentato la fama della costruzione. |
| Completamento della sopraelevazione | 1881 | Conclude le principali fasi di crescita dell’edificio. |
| Uso attuale | Residenziale e privato | Spiega perché l’accesso agli interni non sia normalmente libero. |
Le finestre, i balconi e i prospetti aiutano a capire che non si tratta di una semplice facciata scenografica. Antonelli dovette risolvere problemi reali di distribuzione degli ambienti, illuminazione e collegamenti interni. La cosa che personalmente trovo più interessante è proprio questa: l’edificio non è una scultura abitabile, ma una casa vera costruita dentro un vincolo quasi assurdo.
Le leggende sulla stabilità e ciò che è documentato
Fin dall’inizio molti torinesi dubitarono della stabilità del palazzo. La storia della scommessa è spesso raccontata come se fosse l’unica ragione della costruzione, ma è più prudente considerarla una tradizione legata alla difficoltà del progetto. Il dato concreto è che Antonelli abitò qui con la moglie, assumendosi personalmente il rischio di dimostrare la solidità dell’opera.
La casa superò anche eventi che avrebbero potuto danneggiarla seriamente. Tra gli episodi ricordati dalle fonti locali ci sono l’esplosione della polveriera di Borgo Dora del 24 aprile 1852 e il terremoto del 1887. Questi fatti hanno rafforzato la reputazione dell’edificio, anche se non trasformano la leggenda in una prova tecnica completa delle sue caratteristiche costruttive.
Un’altra curiosità riguarda il piano terreno, che in passato ospitò il Caffè del Progresso, ritrovo associato agli ambienti liberali e rivoluzionari torinesi. La casa non è stata quindi soltanto un esperimento architettonico: ha partecipato alla vita sociale del quartiere e ha cambiato funzione nel corso del tempo.
Come visitarla e da quale angolazione guardarla
L’indirizzo da segnare è via Giulia di Barolo 9, all’angolo con corso San Maurizio. La visita più sicura e immediata è quella esterna, gratuita e possibile durante una passeggiata nel quartiere. Io consiglio di non fermarsi davanti alla prima facciata: bisogna camminare di qualche metro e cambiare prospettiva per percepire davvero la forma a lama.
L’interno non è normalmente accessibile come quello di un museo. L’edificio è in gran parte privato e le informazioni su eventuali aperture, mostre o visite speciali possono cambiare. Chi arriva da fuori Torino farebbe bene a verificare prima la disponibilità di iniziative temporanee, evitando di confondere una possibile apertura straordinaria con un orario permanente.
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Un itinerario breve nei dintorni
La casa si presta bene a una tappa di 30-45 minuti, non a una visita lunga. Dopo averla osservata, si può proseguire verso la Mole Antonelliana, raggiungere piazza Vittorio Veneto oppure scendere verso i Murazzi del Po. Il confronto con la Mole è particolarmente interessante: in entrambi i casi Antonelli lavora sulla verticalità, ma qui concentra la sfida in uno spazio domestico e quasi microscopico.
Per le fotografie, la luce laterale del mattino o del tardo pomeriggio rende più leggibili le sporgenze e il colore della facciata. Una foto frontale mostra il palazzo, mentre una ripresa obliqua dal fondo della via restituisce meglio l’effetto della “fetta”.
Da non confondere con la Fetta di formaggio
Nel quartiere esiste anche un altro edificio dalla pianta irregolare, spesso chiamato Fetta di formaggio. Si trova in via Vanchiglia 8, vicino a via Verdi, ma non è la stessa costruzione e non ha la medesima forma estrema.
La distinzione è utile perché le due architetture appartengono allo stesso paesaggio urbano fatto di lotti difficili, edifici ottocenteschi e soluzioni non convenzionali. La Fetta di polenta resta però il caso più radicale, soprattutto per il lato di appena 54 centimetri e per il legame diretto con Antonelli.
Il modo migliore per ricordare questo edificio torinese
La Fetta di polenta non va cercata soltanto come curiosità fotografica. È una piccola lezione di architettura urbana: dimostra che un vincolo, se affrontato con immaginazione e rigore, può diventare l’identità stessa di un luogo.
Prima di partire mi aspetterei una breve sosta all’aperto, non un museo tradizionale. Bastano però l’indirizzo corretto, qualche minuto per osservare i prospetti da più punti e la consapevolezza che dietro quella forma bizzarra ci sono oltre 180 anni di storia torinese.
