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Casa Scaccabarozzi a Torino, storia della Fetta di polenta

Fiorenzo Montanari • 16 ottobre 2026
La **casa Scaccabarozzi**, con la sua forma unica, si staglia tra palazzi storici e alberi autunnali in una strada urbana.

Indice

Quando si cammina tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo, a Torino, un edificio giallo e sottilissimo cattura subito lo sguardo. È la Casa Scaccabarozzi, conosciuta soprattutto come “Fetta di polenta”: un progetto di Alessandro Antonelli nato da un lotto quasi impossibile da costruire. Qui ricostruisco la sua storia, spiego le ragioni della forma particolare e chiarisco come osservarla oggi senza aspettarsi una normale visita d’interni.

La piccola casa che ha reso memorabile un angolo di Vanchiglia

  • Nome popolare: “Fetta di polenta”, per il colore giallo ocra e la pianta molto sottile.
  • Progettista: Alessandro Antonelli, l’architetto della Mole Antonelliana.
  • Dimensioni sorprendenti: il lato più stretto misura circa 54 centimetri.
  • Indirizzo: via Giulia di Barolo 9, all’angolo con corso San Maurizio.
  • Visita: l’edificio si ammira soprattutto dall’esterno, perché è in gran parte privato.

La colorata casa Scaccabarozzi, con i suoi balconi in ferro battuto, si staglia contro il cielo azzurro, affiancata da edifici moderni e storici.

Perché la Fetta di polenta è così famosa

Il soprannome dice già molto. La facciata giallo ocra e la forma allungata fanno pensare a una fetta sottile di polenta appoggiata in verticale, ma l’effetto dipende soprattutto dal punto da cui la si guarda. Da corso San Maurizio l’edificio appare quasi normale; spostandosi verso la punta del lotto, invece, si restringe in modo sorprendente.

La costruzione si trova nel quartiere Borgo Vanchiglia, in una zona vicina alla Mole Antonelliana, a piazza Vittorio Veneto e al Po. Il suo valore non dipende soltanto dalla stranezza estetica: mostra come un architetto ottocentesco abbia trasformato un terreno difficile in un edificio abitabile, senza rinunciare a proporzioni, solidità e decoro.

La storia di un progetto nato da un terreno impossibile

La costruzione iniziò nel 1840, quando l’area di Vanchiglia era ancora in trasformazione. Antonelli dovette lavorare su un lotto triangolare o trapezoidale molto irregolare, stretto tra le vie esistenti. Invece di correggere il problema con una soluzione ordinaria, seguì la geometria del terreno e la trasformò nell’elemento più riconoscibile del palazzo.

L’edificio fu completato in più fasi e venne sopraelevato fino ad assumere l’aspetto attuale, con un’altezza di circa 24 metri. Le schede storiche descrivono sette piani fuori terra e due livelli interrati, una configurazione che rende ancora più evidente il rapporto insolito tra altezza e larghezza.

Il nome ufficiale deriva da Francesca Scaccabarozzi, moglie di Antonelli e nobildonna originaria di Cremona. La coppia abitò per alcuni anni nella casa, anche per dimostrare che la struttura, criticata dai contemporanei, non era destinata a crollare. Questo dettaglio restituisce alla vicenda un lato umano: dietro la sfida tecnica c’era anche la necessità di convincere il quartiere della sicurezza dell’edificio.

La forma e i numeri che spiegano lo stupore

Il dato più citato è il lato estremamente sottile, che arriva a circa 54 centimetri nel punto più stretto. Non significa che l’intera casa sia larga meno di un metro: il corpo dell’edificio si apre progressivamente, con un lato lungo circa 16 metri e un altro fronte di poco superiore ai 4 metri.

Elemento Dato indicativo Perché conta
Inizio dei lavori 1840 Segna la nascita del progetto nel quartiere di Vanchiglia.
Altezza Circa 24 metri Rende evidente il contrasto tra sviluppo verticale e lotto ristretto.
Lato più sottile Circa 54 centimetri È il dettaglio che ha alimentato la fama della costruzione.
Completamento della sopraelevazione 1881 Conclude le principali fasi di crescita dell’edificio.
Uso attuale Residenziale e privato Spiega perché l’accesso agli interni non sia normalmente libero.

Le finestre, i balconi e i prospetti aiutano a capire che non si tratta di una semplice facciata scenografica. Antonelli dovette risolvere problemi reali di distribuzione degli ambienti, illuminazione e collegamenti interni. La cosa che personalmente trovo più interessante è proprio questa: l’edificio non è una scultura abitabile, ma una casa vera costruita dentro un vincolo quasi assurdo.

Le leggende sulla stabilità e ciò che è documentato

Fin dall’inizio molti torinesi dubitarono della stabilità del palazzo. La storia della scommessa è spesso raccontata come se fosse l’unica ragione della costruzione, ma è più prudente considerarla una tradizione legata alla difficoltà del progetto. Il dato concreto è che Antonelli abitò qui con la moglie, assumendosi personalmente il rischio di dimostrare la solidità dell’opera.

La casa superò anche eventi che avrebbero potuto danneggiarla seriamente. Tra gli episodi ricordati dalle fonti locali ci sono l’esplosione della polveriera di Borgo Dora del 24 aprile 1852 e il terremoto del 1887. Questi fatti hanno rafforzato la reputazione dell’edificio, anche se non trasformano la leggenda in una prova tecnica completa delle sue caratteristiche costruttive.

Un’altra curiosità riguarda il piano terreno, che in passato ospitò il Caffè del Progresso, ritrovo associato agli ambienti liberali e rivoluzionari torinesi. La casa non è stata quindi soltanto un esperimento architettonico: ha partecipato alla vita sociale del quartiere e ha cambiato funzione nel corso del tempo.

Come visitarla e da quale angolazione guardarla

L’indirizzo da segnare è via Giulia di Barolo 9, all’angolo con corso San Maurizio. La visita più sicura e immediata è quella esterna, gratuita e possibile durante una passeggiata nel quartiere. Io consiglio di non fermarsi davanti alla prima facciata: bisogna camminare di qualche metro e cambiare prospettiva per percepire davvero la forma a lama.

L’interno non è normalmente accessibile come quello di un museo. L’edificio è in gran parte privato e le informazioni su eventuali aperture, mostre o visite speciali possono cambiare. Chi arriva da fuori Torino farebbe bene a verificare prima la disponibilità di iniziative temporanee, evitando di confondere una possibile apertura straordinaria con un orario permanente.

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Un itinerario breve nei dintorni

La casa si presta bene a una tappa di 30-45 minuti, non a una visita lunga. Dopo averla osservata, si può proseguire verso la Mole Antonelliana, raggiungere piazza Vittorio Veneto oppure scendere verso i Murazzi del Po. Il confronto con la Mole è particolarmente interessante: in entrambi i casi Antonelli lavora sulla verticalità, ma qui concentra la sfida in uno spazio domestico e quasi microscopico.

Per le fotografie, la luce laterale del mattino o del tardo pomeriggio rende più leggibili le sporgenze e il colore della facciata. Una foto frontale mostra il palazzo, mentre una ripresa obliqua dal fondo della via restituisce meglio l’effetto della “fetta”.

Da non confondere con la Fetta di formaggio

Nel quartiere esiste anche un altro edificio dalla pianta irregolare, spesso chiamato Fetta di formaggio. Si trova in via Vanchiglia 8, vicino a via Verdi, ma non è la stessa costruzione e non ha la medesima forma estrema.

La distinzione è utile perché le due architetture appartengono allo stesso paesaggio urbano fatto di lotti difficili, edifici ottocenteschi e soluzioni non convenzionali. La Fetta di polenta resta però il caso più radicale, soprattutto per il lato di appena 54 centimetri e per il legame diretto con Antonelli.

Il modo migliore per ricordare questo edificio torinese

La Fetta di polenta non va cercata soltanto come curiosità fotografica. È una piccola lezione di architettura urbana: dimostra che un vincolo, se affrontato con immaginazione e rigore, può diventare l’identità stessa di un luogo.

Prima di partire mi aspetterei una breve sosta all’aperto, non un museo tradizionale. Bastano però l’indirizzo corretto, qualche minuto per osservare i prospetti da più punti e la consapevolezza che dietro quella forma bizzarra ci sono oltre 180 anni di storia torinese.

Domande frequenti

Il soprannome richiama il colore giallo ocra e la pianta molto sottile dell’edificio. Nel punto più stretto misura circa 54 centimetri, mentre raggiunge circa 24 metri di altezza.

I lavori iniziarono nel 1840 e il progetto è di Alessandro Antonelli, l’architetto della Mole Antonelliana. L’edificio fu completato in più fasi e la sopraelevazione terminò nel 1881; Antonelli vi abitò con la moglie Francesca Scaccabarozzi.

La visita più semplice è dall’esterno, in via Giulia di Barolo 9, all’angolo con corso San Maurizio. L’edificio è in gran parte privato, quindi eventuali aperture, mostre o visite speciali devono essere verificate in anticipo.

Conviene cambiare angolazione e raggiungere la punta del lotto, perché da corso San Maurizio l’edificio può sembrare quasi normale. La tappa richiede circa 30-45 minuti e può essere abbinata alla Mole Antonelliana, a piazza Vittorio Veneto o ai Murazzi del Po.

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Autor Fiorenzo Montanari
Fiorenzo Montanari
Mi chiamo Fiorenzo Montanari e, da cinque anni, mi dedico con entusiasmo alla scrittura su temi legati alla storia, al simbolismo e ai misteri antichi. La mia curiosità per questi argomenti è nata durante gli studi, quando ho iniziato a esplorare le connessioni tra le civiltà passate e il loro impatto sulla nostra cultura contemporanea. Mi piace approfondire le storie dimenticate e i simboli che hanno plasmato il nostro modo di pensare, cercando di rendere accessibili concetti complessi e affascinanti. Nel mio lavoro, mi impegno a verificare le fonti e a confrontare informazioni provenienti da diverse prospettive, per offrire contenuti utili e aggiornati. Scrivo di vari aspetti della storia e dei misteri che circondano le antiche civiltà, cercando sempre di semplificare i temi più difficili e di organizzare le conoscenze in modo chiaro. La mia missione è quella di guidare i lettori attraverso un viaggio affascinante nel passato, aiutandoli a comprendere meglio il mondo che ci circonda.

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