A pochi chilometri da Sassari, nel paesaggio della Nurra, si innalza un monumento che sorprende ancora oggi per forma e ambizione: Monte d'Accoddi, il grande santuario preistorico con altare a terrazza e lunga rampa d'accesso. In questo articolo ricostruisco la sua storia, spiego che cosa possono significare menhir, pietre sacre e offerte rituali e raccolgo le informazioni pratiche per organizzare la visita nel 2026.
Un santuario unico racconta millenni di storia sarda
- Struttura: altare a terrazza di circa 37 × 30 metri, alto oggi una decina di metri.
- Accesso: una rampa lunga circa 42 metri conduceva alla sommità del monumento.
- Cronologia: il complesso fu frequentato dal Neolitico fino all’Età del Bronzo antico.
- Significato: era probabilmente un centro rituale, ma molte interpretazioni restano aperte.
- Visita: il biglietto intero costa 5 euro e comprende l’ingresso con visita guidata.

Un altare preistorico nella campagna di Sassari
Il monumento principale è una piramide tronca a gradoni, costruita con terra, pietre e grandi blocchi calcarei. La piattaforma misura circa 37 × 30 metri e raggiunge oggi un’altezza di una decina di metri, mentre la rampa frontale si estende per circa 42 metri.
La forma ricorda, a prima vista, gli ziggurat del Vicino Oriente. Il confronto è utile per capire l’impatto visivo della struttura, ma non dimostra un collegamento diretto con la Mesopotamia. Io preferisco considerarla per quello che le prove archeologiche consentono di dire con sicurezza: un’opera monumentale nata dalle comunità preistoriche della Sardegna.
La sua particolarità non sta soltanto nelle dimensioni. Il complesso riunisce un altare, un antico tempio inglobato, un villaggio, pietre legate ai rituali e aree funerarie. Non siamo quindi davanti a un edificio isolato, ma a un paesaggio sacro organizzato per cerimonie, incontri comunitari e pratiche legate alla memoria dei defunti.
Come si è trasformato il santuario nel tempo
Il sito non fu costruito in un’unica fase. Le indagini archeologiche hanno mostrato una successione di interventi, demolizioni e ricostruzioni che riflette i cambiamenti delle comunità insediate nella Nurra.
| Periodo | Che cosa accade |
|---|---|
| Neolitico Recente | L’area viene frequentata e si forma il primo insediamento con funzione cerimoniale. |
| Circa 4400-3500 a.C. | Nasce il cosiddetto Tempio Rosso, un edificio rivestito o decorato con ocra rossa. |
| Circa 3550-2900 a.C. | Viene realizzato il grande altare a gradoni, che ingloba la struttura precedente. |
| Circa 2700-2400 a.C. | Attorno al santuario si sviluppa un villaggio associato alla Cultura di Abealzu. |
| Età del Bronzo antico | Il complesso viene progressivamente abbandonato, mentre cambiano gli equilibri del territorio. |
Il primo edificio fu probabilmente distrutto, forse da un incendio, anche se la causa non può essere stabilita con certezza assoluta. In seguito, intorno al 2800 a.C., venne costruito un nuovo monumento più grande, con una forma sopraelevata e una rampa più scenografica.
Questa continuità è uno degli aspetti che trovo più interessanti. La comunità successiva non cancellò del tutto il luogo precedente, ma lo incorporò in una nuova architettura, trasformando il passato in una parte visibile della propria identità rituale.
Che cosa raccontano rampa, menhir e pietre sacre
La rampa non era soltanto un elemento funzionale. Guidava il movimento dalla base verso la sommità e creava un passaggio graduale da uno spazio quotidiano a uno più selettivo e cerimoniale. Anche senza conoscere i canti o i gesti compiuti durante i riti, la struttura suggerisce una forte gerarchia dello spazio.
Ai piedi dell’altare si trovano un grande menhir alto quasi 4,5 metri, due lastre di pietra interpretate come possibili tavole per le offerte e blocchi sferoidali con numerose coppelle. Le coppelle sono piccole cavità scavate nella roccia, ma il loro significato preciso rimane discusso: potrebbero essere collegate a pratiche rituali, deposizioni o simbolismi oggi difficili da ricostruire.
Gli archeologi hanno individuato anche tracce di capanne e materiali che collegano il santuario alla vita di una comunità stabile. Questo dettaglio corregge un equivoco frequente: il luogo non era necessariamente frequentato soltanto in occasione di cerimonie eccezionali, ma poteva funzionare come centro di aggregazione per gruppi diversi.
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Un simbolo religioso ancora difficile da definire
Nel tempo sono state proposte interpretazioni legate alla fertilità, al culto solare e a una possibile divinità femminile. Sono letture suggestive, ma non vanno presentate come certezze. Mancano testi, immagini narrative e testimonianze che permettano di identificare con sicurezza la divinità o il rituale praticato sulla sommità.
Il modo più corretto di avvicinarsi al complesso è distinguere tra dati e ipotesi. La funzione cerimoniale è molto probabile; il contenuto preciso delle cerimonie, invece, appartiene ancora al campo delle interpretazioni archeologiche.
Come organizzare la visita nel 2026
Il santuario si trova a circa 11-13 chilometri da Sassari, lungo la direttrice verso Porto Torres, ed è raggiungibile in automobile seguendo la segnaletica per la Strada Vicinale Monte d’Accoddi. Nei pressi dell’ingresso è disponibile un parcheggio, un aspetto utile da considerare perché l’area si trova in un contesto rurale e non nel centro di un paese.
| Periodo | Giorni e orari | Visite guidate |
|---|---|---|
| Aprile-ottobre | Da martedì a domenica, 10:00-18:00 | 10:00, 11:30, 13:00, 14:30 e 16:00 |
| Novembre-marzo | Da martedì a domenica, 10:00-14:00 | 10:00, 11:00 e 12:00 |
Il sito è generalmente chiuso il lunedì e nei giorni festivi, mentre l’ultimo ingresso avviene un’ora prima della chiusura. Nel 2026 è prevista una chiusura straordinaria dal 7 al 17 settembre inclusi, per lavori dedicati all’accessibilità.
Il biglietto intero costa 5 euro. La tariffa ridotta è di 2 euro per i visitatori tra 18 e 25 anni e di 4 euro per i gruppi composti da almeno 20 persone. L’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni e, secondo le condizioni previste, per alcune categorie professionali e di studio.
La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito, ma consiglio di verificare sempre le modalità di accesso prima di partire. La visita guidata fa una differenza concreta, perché molte tracce del villaggio e delle strutture rituali non sono immediatamente leggibili osservando soltanto la grande piramide.
Che cosa osservare per capire davvero il complesso
La prima cosa da fare è percorrere lentamente la rampa e guardare il monumento dal basso. Da questa posizione si comprende meglio quanto l’altare fosse pensato per essere visto da lontano e come la salita producesse un effetto scenografico deliberato.
Dalla sommità conviene osservare il paesaggio circostante, non soltanto le pietre. Il santuario era inserito in un territorio costellato di domus de janas, dolmen, menhir e necropoli ipogeiche, cioè tombe scavate nella roccia. Il valore del sito sta anche in questa relazione con il territorio, non in un singolo edificio considerato fuori dal suo ambiente.
Un’altra tappa utile è il Museo Nazionale “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari, dove sono conservati alcuni reperti provenienti dall’area e una parte della sezione preistorica aiuta a ricostruire il contesto culturale. A mio avviso, vedere prima il monumento e poi i materiali esposti al museo è il modo più efficace per collegare architettura, oggetti e pratiche quotidiane.
Un luogo da leggere oltre il paragone con gli ziggurat
Definire il santuario “lo ziggurat della Sardegna” può attirare l’attenzione, ma rischia di semplificare troppo il problema. Il paragone descrive la forma a terrazze, non prova un’origine comune né spiega da solo la funzione del monumento.
La sua importanza è più profonda. Qui si vede come le comunità della Sardegna preistorica abbiano investito energie, materiali e lavoro collettivo nella costruzione di un luogo capace di unire ritualità, memoria e identità sociale.
Se decidi di visitarlo, non aspettarti un’area monumentale ricca di edifici integri o iscrizioni. Troverai invece una struttura essenziale, un paesaggio aperto e molti indizi da interpretare. Proprio questa incompletezza rende l’esperienza interessante: il sito non consegna una risposta definitiva, ma permette di osservare da vicino come l’archeologia ricostruisce il significato di un mondo scomparso.
La visita migliore richiede circa un’ora, oppure qualcosa in più se partecipi alla spiegazione guidata e abbini il percorso al museo di Sassari. Portare acqua, protezione dal sole e scarpe comode è una scelta semplice ma importante, soprattutto nei mesi caldi, quando la rampa e gli spazi esterni sono completamente esposti.
