• Archeologia sarda
  • Pranu Muttedu, il paesaggio funerario della Sardegna prenuragica

Pranu Muttedu, il paesaggio funerario della Sardegna prenuragica

Cleros Ferrari • 29 settembre 2026
Antichi menhir del Pranu Muttedu si ergono su un prato verde, ombreggiati da alberi secolari.

Indice

Tra querce da sughero e macchia mediterranea, Pranu Muttedu conserva uno dei paesaggi funerari più interessanti della Sardegna prenuragica. Menhir, tombe megalitiche e domus de janas raccontano una comunità capace di organizzare grandi lavori collettivi, ma il sito va letto con attenzione, senza trasformare ogni pietra in un enigma. Qui raccolgo ciò che serve per capire l’area, orientarsi durante la visita e distinguere i dati archeologici dalle interpretazioni più suggestive.

Un paesaggio funerario unico nel Gerrei

  • Località: il complesso si trova vicino a Goni, nel Sud Sardegna, lungo la SP 23.
  • Cronologia: le principali testimonianze risalgono al Neolitico recente, tra il 3200 e il 2800 a.C.
  • Menhir: nell’area sono presenti circa 60 esemplari, spesso organizzati in coppie, gruppi e allineamenti.
  • Tombe: il percorso comprende sepolture megalitiche, circoli di pietre e domus de janas.
  • Visita: servono scarpe comode, almeno 90 minuti e una verifica preventiva di orari e tariffe.

Antico ingresso a un sepolcro nuragico a Pranu Muttedu, con un grande menhir in primo piano.

Che cosa rende speciale il parco di Goni

L’area occupa circa 200.000 metri quadrati su un pianoro di arenaria e scisto, immerso tra sugherete e macchia mediterranea. Non si tratta quindi di un monumento isolato, ma di un vero paesaggio archeologico composto da più nuclei, distribuiti tra villaggio, necropoli e strutture rituali.

Il primo elemento che colpisce è la concentrazione dei menhir. Sono pietre generalmente aniconiche, cioè prive di immagini scolpite, con profilo ogivale, superficie anteriore più piatta e dorso convesso. Alcuni raggiungono circa 2,50 metri di altezza e sembrano richiamare in modo essenziale la figura umana.

La posizione delle pietre è altrettanto importante della loro forma. Si trovano isolate, in coppia, in piccoli gruppi o in allineamenti più ampi, talvolta accanto alle tombe. A mio avviso, questo è il punto decisivo per comprendere il sito: il significato non è affidato a un singolo menhir, ma alla relazione tra pietre, sepolture e spazio circostante.

Quando fu frequentato e a quale cultura appartiene

Gli scavi hanno collegato il complesso soprattutto alla cultura di Ozieri, una delle principali facies del Neolitico finale sardo. La fase più significativa si colloca tra il 3200 e il 2800 a.C., con frequentazioni o inserimenti più tardi, fino al primo Calcolitico, intorno al 2600 a.C.

Queste date aiutano a evitare un errore comune. Il sito non appartiene all’età dei nuraghi e non va presentato come una costruzione nuragica: è molto più antico. Le comunità che lo utilizzarono vivevano in villaggi, praticavano agricoltura e allevamento e disponevano di tecniche abbastanza avanzate per lavorare la pietra e spostare blocchi pesanti.

Un centro funerario, non una semplice distesa di pietre

La presenza di numerose tombe, circoli e menhir suggerisce una funzione funeraria e rituale legata al culto degli antenati. Gli oggetti rinvenuti, tra cui ceramiche, punte di freccia in ossidiana, strumenti in selce ed elementi di ornamento, indicano pratiche sepolcrali articolate e una certa capacità di scambio.

Non possiamo ricostruire con precisione i riti svolti nell’area. Possiamo però riconoscere lo sforzo necessario per progettare il complesso e trasformare un tratto di paesaggio in un luogo destinato alla memoria dei morti. È una conclusione più prudente, ma anche più solida delle letture esoteriche spesso associate ai megaliti.

Come leggere i menhir senza fermarsi all’effetto scenografico

Il gruppo più numeroso comprende circa 20 menhir disposti in allineamento. Osservandoli insieme, si nota che non hanno tutti la stessa posizione né lo stesso rapporto con le tombe. Alcuni sembrano segnare un percorso o un’area, altri accompagnano direttamente l’architettura funeraria.

La definizione di menhir “protoantropomorfi” significa che la pietra conserva una forma astratta, ma con caratteristiche che possono ricordare un corpo umano. Non è corretto parlare automaticamente di statue o divinità: mancano spesso attributi iconografici sufficienti per identificare una figura precisa.

Il soprannome di “Stonehenge della Sardegna” può essere utile per attirare l’attenzione, ma resta una semplificazione. Il confronto con Stonehenge mette in evidenza la monumentalità, mentre rischia di cancellare ciò che rende il complesso sardo particolare, cioè l’integrazione tra menhir, tombe a circoli e domus de janas.

Le tombe e la straordinaria Tomba II

Le sepolture megalitiche sono spesso organizzate con due o tre anelli concentrici di pietre. Al centro si trova la camera funeraria, raggiungibile attraverso un corridoio costruito con lastre verticali, dette ortostati. Alcune celle sono circolari, altre allungate, in relazione al numero di deposizioni previste.

La Tomba II è il monumento più significativo del percorso. Fu realizzata utilizzando due grandi blocchi di roccia trasportati e lavorati sul posto. Il primo forma l’anticella, mentre il secondo contiene la cella funeraria e altri ambienti organizzati con una planimetria che richiama le domus de janas.

La struttura unisce quindi due tradizioni architettoniche. Da una parte conserva il linguaggio dei circoli megalitici, con una costruzione monumentale all’esterno; dall’altra riproduce dentro la pietra alcuni ambienti tipici delle tombe scavate nella roccia. Il grande circolo esterno supera i 30 metri di diametro, mentre la struttura interna presenta una lavorazione particolarmente accurata.

Leggi anche: Nuraghe Serbissi - Oltre la Torre: Guida Completa

Il rapporto con le domus de janas

Le domus de janas sono tombe ipogeiche, cioè ricavate sotto il livello del terreno scavando la roccia. Nell’area di Genna Accas se ne conserva una necropoli con tre circoli tombali, un elemento che rende il complesso importante per capire la convivenza tra architettura sotterranea e monumenti costruiti in superficie.

La Tomba II non è una domus de janas nel senso stretto del termine, perché non è semplicemente scavata nella parete rocciosa. È piuttosto una soluzione ibrida, una sorta di riproduzione fuori terra di un modello funerario ipogeico. Questa particolarità, più della spettacolarità del monumento, è ciò che merita maggiore attenzione.

Come organizzare la visita sul posto

Il sito si trova a circa 2,3 chilometri dall’abitato di Goni, lungo la SP 23 in direzione di San Basilio. L’ingresso è segnalato sulla sinistra per chi parte da Goni. Da Cagliari il tragitto richiede orientativamente poco più di mezz’ora in condizioni di traffico favorevoli, ma conviene considerare tempi più lunghi se si percorrono le strade interne.

Voce Informazione utile
Durata consigliata Almeno 90 minuti; meglio circa 2 ore per osservare tombe, menhir e paesaggio
Terreno Sentieri all’aperto, con tratti irregolari e fondo naturale
Biglietto Le tariffe pubblicate dal gestore indicano circa 5 euro per l’intero e 3 euro per il ridotto, ma possono cambiare
Orari Apertura stagionale generalmente compresa tra le 9 e le 17, 18, 19 o 20
Servizi Visita guidata, area picnic e punto di ristoro indicati tra i servizi disponibili

Le informazioni sugli orari non sono sempre riportate in modo uniforme nei portali istituzionali. Per questo, nel 2026, io verificherei l’apertura direttamente con il gestore prima di partire, soprattutto fuori stagione o nei giorni festivi. La biglietteria può chiudere circa un’ora prima dell’orario indicato.

Per godersi davvero il percorso servono scarpe con suola stabile, acqua e protezione dal sole. In estate la luce è forte, mentre in autunno e inverno il terreno può diventare scivoloso. Chi viaggia con bambini dovrebbe prevedere una visita accompagnata, perché il valore del luogo emerge soprattutto quando si capisce il rapporto tra i diversi monumenti.

Il significato del paesaggio e i limiti delle interpretazioni

Il complesso è entrato nel percorso UNESCO dedicato alle Domus de Janas della Sardegna, riconosciuto nel 2025. Questo riconoscimento valorizza una rete di monumenti funerari distribuiti nell’isola e non trasforma ogni elemento del sito in una prova di riti misteriosi o conoscenze astronomiche avanzate.

La lettura più convincente resta quella di un luogo destinato alla memoria, al culto degli antenati e alla rappresentazione sociale dei gruppi che lo costruirono. La quantità di lavoro necessaria per trasportare blocchi, modellare camere e innalzare menhir mostra che il rito aveva anche una dimensione pubblica e comunitaria.

Quando osservo siti di questo tipo, tengo separati tre livelli. Il primo è ciò che vediamo direttamente, come pietre, tombe e allineamenti. Il secondo riguarda le ipotesi archeologiche, fondate su confronti e materiali. Il terzo appartiene al simbolismo, che può essere affascinante ma va espresso con cautela quando mancano prove definitive.

Il modo più intelligente per ricordare questa visita

Non porterei via soltanto la fotografia del menhir più alto. Il vero valore dell’area sta nella combinazione tra natura, architettura funeraria e organizzazione collettiva: un paesaggio costruito lentamente, nel quale ogni pietra acquista senso insieme alle altre.

Se si visita il parco con questo criterio, le domus de janas non appaiono come grotte isolate e i menhir non sembrano semplici monoliti. Diventano parti di una stessa idea del mondo, in cui la comunità dava forma alla memoria dei defunti e trasformava il territorio in un luogo riconoscibile, rituale e duraturo.

Domande frequenti

Il complesso fu frequentato soprattutto tra il 3200 e il 2800 a.C., nel Neolitico finale, ed è collegato alla cultura di Ozieri. Sono documentate anche frequentazioni più tarde, fino al primo Calcolitico, intorno al 2600 a.C.; non è quindi un sito di età nuragica.

Il percorso comprende circa 60 menhir, alcuni alti fino a 2,50 metri, tombe megalitiche con circoli di pietre e domus de janas. Tra i monumenti più importanti c’è la Tomba II, con un grande circolo esterno di oltre 30 metri di diametro e una struttura che combina elementi megalitici e modelli delle tombe ipogeiche.

È consigliabile prevedere almeno 90 minuti, o circa 2 ore per osservare con calma monumenti e paesaggio. Il terreno comprende sentieri all’aperto e tratti irregolari: sono utili scarpe con suola stabile, acqua e protezione dal sole. Orari e tariffe vanno verificati prima della partenza, perché possono cambiare in base alla stagione.

La domus de janas è una tomba ipogeica scavata nella roccia sotto il livello del terreno. La Tomba II di Pranu Muttedu non è una domus de janas in senso stretto, ma una struttura costruita fuori terra che riproduce alcuni ambienti tipici delle tombe scavate, integrandoli con un monumento megalitico esterno.

Valuta l'articolo

Valutazione: 0.00 Numero di voti: 0

Tag

menhir
domus de janas
cultura di ozieri
tombe megalitiche
Autor Cleros Ferrari
Cleros Ferrari
Mi chiamo Cleros Ferrari e ho accumulato 8 anni di esperienza nel campo della storia, del simbolismo e dei misteri antichi. La mia passione per questi temi è nata durante gli studi universitari, quando ho scoperto quanto potesse essere affascinante esplorare le connessioni tra le culture e le loro tradizioni. Mi piace scrivere per aiutare i lettori a comprendere meglio l'importanza dei simboli e dei miti che hanno plasmato la nostra storia. Nel mio lavoro, mi impegno a fornire informazioni utili, accurate e aggiornate, controllando sempre le fonti e confrontando diverse prospettive. Mi dedico a semplificare argomenti complessi e a organizzare le conoscenze in modo chiaro, affinché chiunque possa avvicinarsi a questi argomenti con curiosità e interesse. Spero che i miei articoli possano ispirare una nuova comprensione dei misteri che ci circondano.

Condividi post

Scrivi un commento