Rondò della forca a Torino, tra storia e memoria di Cafasso

Cleros Ferrari • 15 ottobre 2026
Statua in bronzo che raffigura due figure, una con tonaca, su un piedistallo con iscrizione "Rondò della Forca". Alberi verdi e palazzi sullo sfondo.

Indice

A Torino basta attraversare un grande incrocio per passare dalla città quotidiana a una memoria molto più cupa. Il rondò della forca è oggi uno slargo urbano, ma tra Settecento e Ottocento fu associato alle esecuzioni capitali pubbliche. Qui ricostruisco dove si trova, come funzionavano i cortei verso il patibolo, perché la cronologia non è del tutto uniforme e quale significato conserva oggi il monumento a san Giuseppe Cafasso.

Il luogo conserva la memoria di una Torino severa e profondamente religiosa

  • Posizione alla confluenza degli attuali corsi Valdocco, Principe Eugenio, Regina Margherita e via Gian Francesco Cigna.
  • Origine dello slargo legata all’abbattimento delle mura ordinato da Napoleone nel 1800.
  • Funzione storica di sede delle esecuzioni capitali mediante impiccagione, installata di volta in volta.
  • Figura centrale san Giuseppe Cafasso, sacerdote che assistette spiritualmente numerosi condannati.
  • Segno attuale il monumento di Virgilio Audagna, collocato sul luogo tradizionalmente associato al patibolo.

Che cos’è questo slargo e dove si trova

Il luogo si trova nel quartiere Valdocco, a nord del centro storico di Torino. Oggi lo riconosciamo come un’ampia confluenza stradale tra corso Valdocco, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita e via Gian Francesco Cigna. Non bisogna aspettarsi una piazza monumentale intatta: la memoria del sito è inserita in un incrocio moderno, attraversato ogni giorno da auto, tram e pedoni.

La sua formazione risale alla demolizione delle fortificazioni cittadine, decretata da Napoleone il 23 giugno 1800. Dopo l’occupazione francese, lo spazio assunse la denominazione popolare legata alla forca, probabilmente perché venne utilizzato per le condanne a morte davanti a un pubblico numeroso.

Il nome è rimasto più famoso del patibolo stesso. È proprio questo il tratto che trovo più interessante: il termine non descrive soltanto un episodio del passato, ma ha trasformato una funzione temporanea in un’identità urbana duratura.

Quando si svolgevano le esecuzioni pubbliche

Prima che il patibolo venisse associato a questo slargo, le esecuzioni torinesi si erano svolte in altri punti della città, tra cui l’area di Porta Palatina e l’antica piazzetta delle Erbe, oggi piazza Palazzo di Città. Nel periodo sabaudo la forca veniva montata soltanto quando serviva, senza una struttura permanente destinata esclusivamente a quel compito.

La cronologia richiede una certa prudenza. La scheda di MuseoTorino indica il sito come sede delle esecuzioni capitali fino al 1852, mentre altre ricostruzioni locali parlano di impiccagioni arrivate fino al 1864. La differenza può dipendere dal modo in cui si distingue tra il preciso slargo, l’area più ampia di Valdocco e le diverse sedi utilizzate dalle autorità torinesi nell’Ottocento.

Per questo non presenterei una sola data come verità assoluta senza spiegazioni. Il dato sicuro è che il luogo fu legato alle impiccagioni pubbliche nella prima metà dell’Ottocento e che, dopo il trasferimento del patibolo, il suo nome continuò a ricordare quella funzione.

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Il percorso dal carcere al patibolo

Il condannato partiva dal carcere di via San Domenico, allora noto come “Le Sanatorie”, e veniva condotto lungo le strade cittadine verso il luogo dell’esecuzione. Il tragitto aveva un carattere insieme giudiziario, religioso e spettacolare, perché la pena doveva essere vista da tutti.

Durante il percorso intervenivano i confratelli della Confraternita della Misericordia, spesso con cappucci e mantelli scuri. Erano previste soste per la benedizione in alcune chiese, tra cui quella dei Santi Martiri e Santa Croce. La presenza del sacerdote ricordava che l’esecuzione non era considerata soltanto una sanzione dello Stato, ma anche l’ultima occasione per preparare il condannato alla morte.

Perché le condanne erano pubbliche

L’esecuzione pubblica aveva una funzione precisa. Serviva a mostrare la forza della giustizia, a intimorire chi assisteva e a rendere visibile il rapporto tra autorità, religione e ordine sociale. La folla non era quindi un elemento casuale: la sua presenza faceva parte del meccanismo della pena.

Il confine tra ammonimento e spettacolo era però molto sottile. Le esecuzioni attiravano un pubblico numeroso, alimentato dalla curiosità, dalla paura e dalla convinzione che assistere alla punizione significasse vedere ristabilito l’ordine. A mio avviso, è proprio questa ambivalenza a rendere il luogo difficile da leggere con categorie moderne: non era soltanto un teatro della crudeltà, ma neppure una semplice cerimonia giudiziaria.

Anche la figura del boia viveva una contraddizione simile. Il suo lavoro era indispensabile per il sistema penale, ma chi lo svolgeva veniva spesso emarginato. A Torino i boia abitavano tradizionalmente in via Franco Bonelli 2, nel Quadrilatero Romano, lontano dal prestigio sociale che il buon compenso avrebbe potuto suggerire.

Un tariffario del 1575 mostra questa doppia realtà con cifre molto concrete: un’impiccagione era pagata 21 lire, uno squartamento 36 lire e l’esecuzione sul rogo 16 lire. Il compenso non cancellava lo stigma. I boia avevano persino un banco riservato nella chiesa di Sant’Agostino e venivano sepolti separatamente, sotto il campanile.

San Giuseppe Cafasso e la memoria del luogo

Il personaggio più importante legato a questo spazio è san Giuseppe Cafasso, sacerdote piemontese vissuto tra il 1811 e il 1860. Per il suo impegno accanto ai carcerati e ai condannati a morte venne chiamato “il prete della forca”. Secondo la documentazione cittadina, assistette spiritualmente 57 condannati.

Cafasso non decideva la pena e non rappresentava il potere giudiziario. Il suo ruolo era quello del consolatore, una presenza incaricata di accompagnare il condannato nelle ultime ore. Questo dettaglio modifica completamente la lettura del monumento: non celebra la forca, ma ricorda chi cercava di restituire dignità a persone ormai private di ogni possibilità di difesa.

Il monumento fu realizzato dallo scultore Virgilio Audagna e collocato tra il 1960 e il 1961, secondo date diverse riportate nelle fonti locali. La scena mostra il santo nell’atto di confortare un condannato. È un’immagine sobria, lontana dalla retorica trionfale, e trasforma un luogo di morte in uno spazio di riflessione sulla pena e sulla misericordia.

Come leggere il Rondò oggi senza confondere storia e leggenda

Il modo più utile per visitarlo è partire dal monumento a Cafasso e osservare il rapporto tra la statua, l’incrocio e le vie che conducono verso il centro. Non esiste un museo all’aperto con resti visibili del patibolo e non bisogna cercare una forca conservata sul posto. La visita è gratuita perché si tratta di uno spazio pubblico, ma richiede attenzione, dato il traffico intenso.

Il rondò viene talvolta inserito nei racconti sulla Torino magica e sui luoghi inquietanti della città. Il collegamento appartiene soprattutto all’immaginario contemporaneo. La parte documentata riguarda invece le esecuzioni, il percorso dei condannati, la Confraternita della Misericordia e l’opera di Cafasso.

Conviene quindi distinguere i livelli. La storia permette di ricostruire eventi e istituzioni; la leggenda aggiunge suggestioni, paure e interpretazioni simboliche. Mescolarli senza avvertire il lettore può rendere il racconto più pittoresco, ma anche meno affidabile.

Una passeggiata può includere anche via Franco Bonelli, legata alla residenza degli antichi boia, e la chiesa della Misericordia in via Barbaroux, dove sono conservati materiali collegati all’assistenza ai condannati. Sono luoghi diversi, ma aiutano a capire che la pena capitale non era confinata al momento dell’impiccagione: coinvolgeva carceri, confraternite, chiese, funzionari e interi quartieri.

Che cosa resta davvero di quella storia

Del patibolo non resta una struttura materiale capace di parlare da sola. Resta però un toponimo, resta il monumento a Cafasso e resta la forma stessa della città, che conserva tracce di un’epoca in cui la giustizia cercava consenso davanti alla folla.

Io leggerei questo luogo soprattutto come una memoria civile. Non invita a mitizzare il boia né a trasformare la sofferenza dei condannati in una semplice curiosità macabra. Ricorda piuttosto quanto siano cambiate le idee di pena, spettacolo pubblico e dignità umana, e quanto spesso una strada apparentemente ordinaria possa custodire una storia molto più complessa di quella suggerita dal suo nome.

Domande frequenti

Si trova nel quartiere Valdocco, alla confluenza di corso Valdocco, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita e via Gian Francesco Cigna. Oggi è un incrocio urbano trafficato, non una piazza monumentale.

Il luogo fu associato alle impiccagioni pubbliche nella prima metà dell’Ottocento. Le fonti indicano date diverse, 1852 o 1864, probabilmente perché distinguono tra lo slargo preciso e l’area più ampia di Valdocco.

San Giuseppe Cafasso era un sacerdote piemontese vissuto tra il 1811 e il 1860, noto come il prete della forca. Assistette spiritualmente 57 condannati a morte e oggi è ricordato da un monumento di Virgilio Audagna, realizzato tra il 1960 e il 1961.

Partivano dal carcere di via San Domenico e attraversavano la città accompagnati dai confratelli della Confraternita della Misericordia. Il corteo prevedeva soste per la benedizione in chiese come quelle dei Santi Martiri e Santa Croce.

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Autor Cleros Ferrari
Cleros Ferrari
Mi chiamo Cleros Ferrari e ho accumulato 8 anni di esperienza nel campo della storia, del simbolismo e dei misteri antichi. La mia passione per questi temi è nata durante gli studi universitari, quando ho scoperto quanto potesse essere affascinante esplorare le connessioni tra le culture e le loro tradizioni. Mi piace scrivere per aiutare i lettori a comprendere meglio l'importanza dei simboli e dei miti che hanno plasmato la nostra storia. Nel mio lavoro, mi impegno a fornire informazioni utili, accurate e aggiornate, controllando sempre le fonti e confrontando diverse prospettive. Mi dedico a semplificare argomenti complessi e a organizzare le conoscenze in modo chiaro, affinché chiunque possa avvicinarsi a questi argomenti con curiosità e interesse. Spero che i miei articoli possano ispirare una nuova comprensione dei misteri che ci circondano.

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