La questione dei nuraghi sembra semplice solo in apparenza. Alla domanda su chi ha costruito i nuraghi, la risposta più corretta non è un nome leggendario ma le comunità della civiltà nuragica, attive in Sardegna nell’Età del Bronzo. In questo articolo chiarisco chi erano questi costruttori, quando lavorarono, come riuscirono a sollevare torri tanto imponenti e perché, ancora oggi, la loro funzione non si lascia ridurre a una sola spiegazione.
I punti chiave da tenere fissi
- I nuraghi furono costruiti da comunità sarde dell’Età del Bronzo, non da un popolo misterioso arrivato dall’esterno.
- Le prime fasi si collocano grossomodo tra il Bronzo Medio e il Bronzo Recente, cioè tra circa 1600 e 1100 a.C.
- Non esiste una sola funzione valida per tutti: difesa, controllo del territorio, prestigio sociale e uso rituale possono convivere.
- La costruzione richiese muratura a secco, grandi quantità di pietra locale e una notevole capacità di coordinamento umano.
- I complessi più noti, come Su Nuraxi, mostrano che il nuraghe non era una torre isolata ma spesso il centro di un paesaggio abitato.
- Oggi si conoscono circa 7.000 nuraghi, ma il numero reale potrebbe essere leggermente più alto.
La risposta più solida oggi non è un nome, ma una civiltà
Io partirei da un fatto semplice: i nuraghi non sono stati costruiti da un popolo esterno comparso all’improvviso, ma da gruppi locali sardi che, nel corso dell’Età del Bronzo, svilupparono una cultura materiale e sociale originale. I monumenti che vediamo oggi sono il prodotto di quelle comunità, cioè delle genti che gli archeologi riuniscono sotto l’etichetta di civiltà nuragica.
Il punto decisivo è questo: all’inizio i nuraghi sembrano legati a nuclei familiari o a clan, non a un potere centralizzato nel senso classico del termine. Questo significa che dietro ogni torre c’erano organizzazione, conoscenze tecniche, disponibilità di manodopera e una visione condivisa del territorio. Non stiamo parlando di una costruzione casuale, ma di un progetto collettivo che ha avuto una lunga durata.
L’idea di un unico “costruttore” è quindi fuorviante. Più corretto pensare a una serie di comunità affini, distribuite nell’isola, che parlavano una stessa lingua architettonica ma la declinavano in modi diversi. Per capire quando questa lingua comincia a farsi visibile, però, serve fissare bene la cronologia.
Quando i nuraghi iniziano a comparire
Le date non sono un dettaglio secondario, perché cambiano il modo in cui leggiamo l’intero fenomeno. I nuraghi più antichi si collocano nel pieno dell’Età del Bronzo, con una fase di formazione che precede i grandi complessi più celebri e una successiva evoluzione verso strutture più articolate. Non tutte le aree della Sardegna si muovono allo stesso ritmo, ma la tendenza generale è chiara: prima compaiono forme arcaiche, poi torri vere e proprie, infine complessi sempre più elaborati.
| Fase | Date indicative | Che cosa cambia |
|---|---|---|
| Bronzo antico e facies di Bonnanaro | circa 1800-1600 a.C. | Si definiscono i precedenti culturali del mondo nuragico e si preparano le soluzioni che porteranno ai primi edifici monumentali. |
| Bronzo medio | circa 1600-1350 a.C. | Appaiono i primi protonuraghi e le torri più arcaiche, spesso con spazi interni complessi e planimetrie meno regolari. |
| Bronzo recente | circa 1300-1100 a.C. | Si consolidano i nuraghi a torre e iniziano molte trasformazioni in complessi più grandi, con bastioni e ampliamenti difensivi. |
| Bronzo finale e prima età del Ferro | circa 1150-700 a.C. | La costruzione di nuovi nuraghi rallenta fino a fermarsi; molti edifici vengono riusati, abbandonati o inseriti in villaggi più ampi. |
La cosa importante, però, è non leggere questa sequenza come una linea perfettamente ordinata. In archeologia le trasformazioni sono spesso locali, lente e diseguali. Un sito può conservare fasi molto antiche e, accanto, mostrare rimaneggiamenti successivi che raccontano almeno due o tre secoli di vita. Questo è il motivo per cui i nuraghi sono così preziosi: non descrivono un istante, ma una lunga evoluzione sociale.
La costruzione, però, dice ancora di più della data: racconta il livello tecnico e organizzativo di quelle comunità. Ed è qui che il tema diventa davvero interessante.
Come furono costruiti e cosa rivela il cantiere
Dal punto di vista tecnico, i nuraghi sono capolavori di muratura a secco, cioè costruzioni realizzate senza malta, sovrapponendo e incastrando blocchi di pietra con una precisione notevole. In molti casi vennero usate rocce locali, soprattutto basalto, che è duro, pesante e non facile da lavorare. Proprio per questo la qualità del risultato sorprende ancora oggi.
La copertura interna a tholos, o falsa cupola, è uno dei tratti più impressionanti: i filari di pietra aggettano progressivamente verso il centro finché lo spazio si chiude in alto. Non è un trucco estetico, ma una soluzione ingegneristica che richiede controllo delle spinte, equilibrio delle masse e un progetto chiaro fin dall’inizio.
- Bisognava scegliere un punto strategico, spesso sopraelevato o visibile da lontano.
- Occorreva estrarre, trasportare e selezionare grandi quantità di pietra.
- Servivano squadre coordinate, con compiti diversi e una direzione riconosciuta.
- Molte strutture subirono aggiunte successive, quindi il cantiere non era un episodio unico ma un processo.
- In diversi casi furono inseriti corridoi, scale, cortili e bastioni che complicano ulteriormente la costruzione.
Questo è il punto che mi sembra più utile per il lettore: un nuraghe non nasce solo da una buona idea architettonica, ma da una società capace di mobilitare lavoro e risorse per anni. In altre parole, la torre non dimostra soltanto abilità costruttiva; dimostra anche cohesione sociale, autorità riconosciuta e una qualche forma di pianificazione collettiva. A quel punto, però, la domanda successiva è inevitabile: perché investire tanta energia in questi edifici?
Perché li costruirono davvero resta il nodo più discusso
Qui conviene essere netti: non esiste una spiegazione unica che valga per tutti i nuraghi. Alcuni erano probabilmente luoghi di controllo territoriale, altri sedi di gruppi dominanti, altri ancora strutture con una forte valenza simbolica o cerimoniale. La lettura più seria non elimina le ipotesi concorrenti, ma le tiene insieme quando i dati lo permettono.
| Ipotesi | Cosa spiega bene | Limite principale |
|---|---|---|
| Difesa e controllo del territorio | La posizione elevata di molti siti, la visibilità reciproca e gli accessi spesso controllati. | Non tutti i nuraghi si trovano in posizioni chiaramente militari. |
| Residenza di un gruppo dominante | La presenza di spazi interni, cortili, annessi e villaggi vicini. | Non tutti erano abitazioni permanenti; alcuni sembrano avere usi più complessi o intermittenti. |
| Simbolo politico e identitario | La monumentalità e la capacità di marcare il paesaggio. | È una chiave interpretativa forte, ma difficile da provare caso per caso. |
| Funzione rituale o cerimoniale | L’associazione con spazi sacri, pozzi, aree cultuali e riusi successivi. | Non basta da sola a spiegare l’intero fenomeno architettonico. |
In pratica, il nuraghe sembra spesso un oggetto ibrido: fortificazione, casa del potere, segno territoriale e, in certe fasi, anche spazio simbolico. Il suo significato cambia con il tempo, perché cambia la società che lo abita. È proprio questa plasticità a renderlo difficile da classificare con una sola etichetta, ma anche a renderlo così affascinante.
Per vedere come queste ipotesi prendono forma concreta, i grandi siti nuragici conservati oggi sono molto istruttivi.

I siti che spiegano meglio la civiltà nuragica
Se devo indicare alcuni esempi capaci di chiarire davvero il tema, parto da quelli che mostrano non solo la torre, ma il rapporto fra torre, abitato e paesaggio. È qui che si capisce come il nuraghe non fosse quasi mai un volume isolato: intorno c’erano spazi abitativi, percorsi, ampliamenti e riusi successivi.
| Sito | Cosa mostra | Perché è utile |
|---|---|---|
| Su Nuraxi di Barumini | Una torre centrale, un bastione articolato e un villaggio attorno. | Fa vedere bene l’evoluzione da edificio monumentale a complesso insediativo stratificato. |
| Santu Antine | Una delle architetture più imponenti del mondo nuragico, con spazi interni molto articolati. | È perfetto per capire quanto fosse raffinata la gestione della massa muraria e degli ambienti interni. |
| Is Paras | Un esempio molto elegante di torre singola. | Aiuta a leggere la fase più essenziale e, allo stesso tempo, più sofisticata della tecnica nuragica. |
Su Nuraxi è anche il caso che meglio mostra la lunga durata del fenomeno: edificato in età del Bronzo, rimaneggiato più volte e frequentato ancora in età romana, dimostra che il nuraghe non va immaginato come un monumento “bloccato” nel tempo. L’UNESCO lo presenta come il più noto esempio dei complessi difensivi nuragici proprio perché racconta bene questa stratificazione.
Accanto ai singoli edifici, conta molto anche il numero totale dei siti: la Regione Sardegna parla di circa 7mila nuraghi sparsi nell’isola. Questo dato, più che una cifra da manuale, è una prova della capillarità del fenomeno: i nuraghi non sono un’eccezione isolata, ma la firma architettonica di un’intera civiltà. Da qui nasce l’ultima questione, quella che tiene ancora aperto il dibattito.
Il punto che resta aperto quando si studiano i nuraghi
La risposta storica è abbastanza chiara, ma non tutto è definito in modo definitivo. Non possediamo testi lunghi scritti dai costruttori, quindi mancano i loro nomi, le loro cronache e le spiegazioni esplicite delle loro scelte. Per questo l’archeologia lavora per indizi: posizione del sito, tecnica muraria, materiali, fasi di ampliamento, rapporti con villaggi e necropoli.
- Un nuraghe isolato non si legge allo stesso modo di un complesso con villaggio e recinti.
- Una torre singola può appartenere a una fase diversa rispetto a un bastione successivo.
- Le differenze regionali contano molto: Sardegna non è un blocco unico.
- Il riuso in età fenicia, punica e romana complica ma arricchisce l’interpretazione.
Se c’è una lezione utile da portare a casa, per me è questa: i nuraghi non vanno cercati come reliquie immobili, ma letti come organismi storici. Sono il risultato di comunità sarde che seppero costruire in grande, trasformarsi nel tempo e lasciare nel paesaggio una forma di memoria ancora leggibile. Ed è proprio per questo che continuano a parlarci: non soltanto di pietre, ma di una società antica capace di organizzare spazio, identità e potere con una maturità sorprendente.
