Il caso di Monte d’Accoddi è il punto di partenza obbligato quando si parla di una presunta ziqqurat in Sardegna. Qui però la risposta corretta non è un sì o un no secco, perché il monumento sardo assomiglia a una torre a gradoni solo in alcuni aspetti formali, mentre funzione, tecnica e contesto raccontano una storia diversa. In questo articolo metto ordine tra somiglianze, differenze e ipotesi, così puoi capire che cosa è davvero il sito e perché continua a pesare nell’archeologia sarda.
Monte d’Accoddi è il punto fermo da cui partire
- È il sito che alimenta quasi sempre il paragone con le ziqqurat, ma la definizione più corretta resta quella di altare preistorico a terrazza.
- Il complesso ha due grandi fasi costruttive: il Tempio Rosso più antico e l’altare a gradoni successivo.
- Le somiglianze con il Vicino Oriente sono soprattutto formali, non una prova di copia diretta.
- Il contesto archeologico include villaggio, necropoli, menhir e lastre rituali, quindi non si tratta di un monumento isolato.
- La funzione più plausibile è rituale e comunitaria, mentre alcune letture astronomiche o simboliche restano ipotesi da trattare con cautela.

Perché Monte d’Accoddi viene accostato alle ziqqurat
Quando confronto Monte d’Accoddi con le ziqqurat mesopotamiche, il punto decisivo per me non è il profilo esterno, ma il rapporto tra rampa, sommità e uso rituale. Il sito sardo è stato spesso letto come un monumento a gradoni per via della sua terrazza tronco-piramidale, ma la definizione più corretta resta quella di altare preistorico, non di ziggurat in senso stretto. La somiglianza esiste, ed è proprio da lì che nasce il dibattito; però la forma da sola non basta a spiegare origine e funzione.
Il Ministero della Cultura lo presenta come un santuario preistorico unico nel Mediterraneo, inserito in un paesaggio fatto di villaggi, necropoli e pietre sacre. Questa cornice è fondamentale: Monte d’Accoddi non è un monumento isolato, ma il centro visibile di un sistema rituale più ampio. La mia lettura prudente è che siamo davanti a un linguaggio architettonico autonomo, capace di dialogare con modelli lontani senza coincidere con essi. Per capire perché, bisogna partire dal monumento e dalle sue fasi costruttive.
Il sito di Sassari e le sue due grandi fasi
Secondo Sardegna Cultura, il complesso comprende altare, villaggio e necropoli ipogeica, e si trova nella Nurra, a pochi chilometri da Sassari, lungo l’asse che porta verso Porto Torres. Questo dettaglio geografico conta più di quanto sembri: Monte d’Accoddi non nasce in un vuoto, ma in un’area intensamente frequentata, dove il sacro si intreccia con la vita quotidiana e con la memoria dei morti. La sua storia materiale è fatta di sovrapposizioni, incendi, rifacimenti e inglobamenti.
| Fase | Datazione indicativa | Forma e misure | Perché è importante |
|---|---|---|---|
| Tempio Rosso | circa 3200-2800 a.C. | Terrazza quadrangolare di 23,80 x 27,40 m, rampa di circa 25 m, cella rettangolare di 12,85 x 7,20 m | È il primo santuario noto e mostra già un accesso controllato alla sommità |
| Altare a gradoni | Dopo l’incendio, verso il 2800 a.C. | Tronco-piramide di circa 36 x 29 m, rampa di 41,80-42 m, altezza residua intorno ai 10 m | È la fase che più richiama l’immagine di una ziqqurat, pur restando un edificio locale |
Quello che trovo più interessante è che il monumento visibile oggi ingloba un edificio precedente: non c’è un unico gesto architettonico, ma una storia stratificata. Il Tempio Rosso, con il suo sacello e la superficie intonacata d’ocra, parla già di culto; la fase successiva amplia e monumentalizza quel nucleo, trasformando il santuario in una presenza molto più evidente nel paesaggio. È da qui che il confronto con le ziqqurat acquista senso, ma anche limiti precisi.
Che cosa cambia rispetto alle ziqqurat mesopotamiche
Le ziqqurat mesopotamiche, in senso stretto, sono torri templari a gradoni in mattoni crudi con rivestimenti in laterizio cotto, costruite in un contesto urbano e legate ai grandi templi delle città. Monte d’Accoddi, invece, usa calcare locale, terra e pietre stratificate; nasce in un orizzonte cronologico più antico e si inserisce in una rete di insediamenti preistorici, non in una città-stato mesopotamica. Per questo io eviterei l’equazione facile: la somiglianza è reale, ma non basta a dire che siano la stessa cosa.
| Aspetto | Monte d’Accoddi | Ziqqurat mesopotamiche |
|---|---|---|
| Materiali | Blocchi calcarei, terra, riempimenti stratificati | Mattoni crudi con rivestimento in mattoni cotti |
| Cronologia | Tra la fine del Neolitico e l’inizio dell’Età del Rame, con rifacimenti nel III millennio a.C. | Diffuse soprattutto tra circa 2200 e 500 a.C. |
| Funzione | Santuario preistorico, con forte componente rituale e comunitaria | Tempio elevato legato alla divinità cittadina |
| Accesso | Rampa unica e monumentale verso la sommità | Accessi più articolati, spesso con scale o rampe multiple |
| Contesto | Villaggio, necropoli, menhir, lastre di offerta | Complesso templare urbano con spazi amministrativi e cultuali |
| Struttura interna | Presenza di un sacello nel primo tempio | Nessuna camera interna nel corpo della torre; il santuario è in cima |
La differenza più importante, a mio avviso, è che Monte d’Accoddi non sembra essere la copia di un modello importato, ma una soluzione locale che usa una forma elevata per ordinare lo spazio sacro. È un dettaglio cruciale, perché sposta il dibattito dalla domanda “da dove viene?” alla domanda più utile: “che cosa serviva a fare?”. E qui entrano in gioco le ipotesi sulla funzione del santuario.
Funzione rituale e ipotesi interpretative
Le letture più solide partono da un punto comune: il sito era frequentato a lungo e in modo rituale. Il monumento è circondato da resti di capanne, pietre sacre, una tavola per offerte, menhir e tracce che rimandano a pratiche cerimoniali, non a un semplice insediamento abitativo. Per me questa è la base da cui non si dovrebbe mai scappare: Monte d’Accoddi è prima di tutto un luogo di culto, e solo dopo un caso architettonico straordinario.
Le ipotesi più plausibili
- Culto della fertilità o della Dea Madre: è una lettura diffusa perché il santuario sembra organizzare uno spazio di relazione tra terra, vita e comunità.
- Riti di offerta e sacrificio: le lastre vicine alla rampa e i reperti associati rendono credibile una funzione cerimoniale complessa.
- Luogo di incontro comunitario: l’idea che diversi gruppi della Nurra si ritrovassero qui è convincente, perché spiega bene la monumentalità condivisa del complesso.
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Le letture da usare con cautela
- Osservatorio astronomico: l’orientamento e la geometria del sito sono interessanti, ma da soli non bastano a dimostrare una funzione astronomica primaria.
- Importazione diretta dalla Mesopotamia: è una tesi seducente, ma la somiglianza formale non prova un contatto diretto né una migrazione culturale.
- Simbolo univoco e definitivo: il problema di molti racconti divulgativi è che semplificano troppo; Monte d’Accoddi è un oggetto stratificato, quindi anche la sua interpretazione deve restare aperta.
Il punto, in sostanza, non è scegliere una leggenda più affascinante dell’altra, ma distinguere ciò che è dimostrabile da ciò che è soltanto plausibile. Questa distinzione evita uno degli errori più frequenti quando si parla del sito, cioè trasformare un monumento reale in una storia spettacolare ma poco controllata. Ed è proprio qui che vale la pena fermarsi un attimo sugli equivoci più comuni.
Gli errori più comuni quando si parla del monumento
Quando un sito archeologico entra nel linguaggio popolare, tende a caricarsi di etichette comode ma imprecise. Su Monte d’Accoddi succede spesso, e io trovo utile mettere subito in chiaro i punti che confondono di più:- Chiamarlo piramide senza altre precisazioni: la forma è tronco-piramidale, ma la funzione non è quella di una piramide funeraria egizia.
- Ridurlo a una copia mesopotamica: la somiglianza con le ziqqurat è reale, però non esiste una prova semplice di dipendenza diretta.
- Considerarlo un monumento isolato: in realtà si inserisce in un paesaggio sacro con villaggio, necropoli e elementi megalitici circostanti.
- Separare la forma dalla stratigrafia: il monumento che vediamo oggi ingloba fasi precedenti, e questo cambia completamente la lettura del sito.
- Ignorare la dimensione comunitaria: il santuario non racconta solo un culto, ma anche un modo di organizzare lo spazio sociale.
Se dovessi offrire una regola semplice, direi questa: guarda sempre rampa, terrazza e contesto, non solo la sagoma del monumento. La rampa mostra l’accesso controllato, la terrazza indica una scelta simbolica di elevazione, il contesto conferma che non si tratta di un elemento casuale ma di un centro cerimoniale più ampio. Con questa chiave di lettura il sito smette di essere un rompicapo e diventa molto più leggibile. E a quel punto emerge il suo peso vero per la storia dell’isola.
Come leggere Monte d’Accoddi senza forzare l’etichetta di ziggurat
Monte d’Accoddi conta perché mostra che la Sardegna preistorica non era periferica né immobile: sapeva costruire monumenti complessi, gestire spazi rituali e produrre una propria sintassi architettonica. Il valore del sito non sta nell’aver trovato una “ziqqurat sarda”, ma nell’aver riconosciuto un santuario che dialoga con il Mediterraneo senza perdere la sua identità. Questa è, per me, la conclusione più onesta e anche la più interessante.
Se vuoi leggerlo davvero bene, non fermarti alla fotografia del colle. Osserva come il Tempio Rosso viene inglobato nella fase successiva, come le pietre sacre disegnano il perimetro rituale e come il paesaggio attorno completa il significato del luogo. Se pensi di visitarlo, controlla sempre gli orari aggiornati prima di partire: il calendario può cambiare, ma la cosa più utile resta arrivare con il tempo necessario per capire il sito, non solo per vederlo.
